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lunedì, 04 gennaio 2010

I TACCUINI DI GUERRA DI VASILIJ GROSSMAN

Vasilij Grossman

Vasilij Grossman all'aerodromo di Ziabrovski, vicino Gomel, agosto 1941

Durante la Seconda Guerra mondiale Vasilij Grossman, il futuro autore di Vita e Destino, è corrispondente speciale per conto del giornale dell'Armata Rossa 'Krasnaïa Zvezda'.

Per l'URSS la guerra è cominciata il 22 giugno del 1941 con l'invasione tedesca dei territori russi battezzata da Hitler "Operazione Barbarossa".

Grossman, come centinaia di migliaia di altri cittadini sovietici, si presenta volontario e il 5 di agosto 1941 viene mandato  al fronte come inviato speciale di Krasnaïa Zvezda (Stella Rossa), il giornale ufficiale dell'armata sovietica per il quale lavorano anche altri scrittori come Constantin Simonov, Ilya Eheremburg, e poi Andrei Platonov.

Grossman segue così -- eccezionale testimone in prima linea -- tutto lo svolgimento del conflitto: dalla disfatta e dalla ritirata dei sovietici nella prima fase dell' Operazione Barbarossa (giugno 1941) sino alla battaglia di Berlino nel maggio del 1945 fermando nei suoi taccuini tutto ciò che vede e che colpisce la sua sensibilità.

La guerra si rivelerà una tappa fondamentale nel percorso che porta lo scrittore a prendere coscienza dei crimini del regime in cui è cresciuto ed al quale ha sinora aderito.

Grossman annota fatti e cifre, ma anche sensazioni, emozioni; si appunta aneddoti, brani di conversazione, liti e discussioni tra i comandati dell'Armata Rossa,  gli eroismi dei soldati e della gente comune; speranze e paure sue e di coloro che lo circondano: militari, contadini, povera gente delle città assediate o di  villaggi sperduti nelle immense distese dell'Ucraina e dello sterminato territorio delle Repubbliche Sovietiche.

Alcuni di questi appunti vengono immediatamente rielaborati e trasformati negli articoli destinati al giornale Stella Rossa.

Grossman serve la causa sovietica sul fronte con un orgoglio evidente che gli fa dimenticare i pericoli --- fisici ma anche politici --- cui va incontro. Scampato più volte alla morte come per miracolo, scrive articoli che gli guadagnano l' appassionata adesione dei lettori del giornale e lo pongono in prima linea tra i propagandisti sovietici.

Altri appunti costituiranno più tardi --- assieme alle lettere inviate a parenti o a giornalisti e scrittori amici come Ehremburg --- la "materia prima" dei grandi romanzi Il popolo è immortale, Per una giusta causa e soprattutto di quello che sarà il grande capolavoro Vita e Destino.

Tutti gli appunti descrivono quello che lo stesso Grossman definisce "La verità impietosa della guerra". La loro scoperta da parte del KGB sarebbe stata molto probabilmente fatale, per Grossman, che sempre di più critica propaganda, tattica e strategia ed insomma la gestione del conflitto da parte di Stalin e dei suoi più stretti collaboratori.


La lettura de Taccuini di guerra di Grossman è un'esperienza appassionante e anche sconvolgente perchè in questi testi buttati giù di getto e senza preoccupazioni  letterarie, si vede da subito l'eccezionale sensibilità descrittiva del romanziere come quando, ad esempio, evoca "l'odore abituale del fronte: qualcosa tra l'obitorio e la fucina".

Questi appunti, che culminano nella tremenda descrizione dell' "inferno di Treblinka" forniscono la misura del tormento personale che, durante tutta la guerra, opprime Grossman: nel 1941, infatti, egli non ha potuto far fuggire da Berdicev   sua madre che morirà vittima dei primi massacri commessi in Ucraina dai Tedeschi con l'aiuto e il sostegno di molti civili e cittadini ucraini.

Grossman farà rivivere la madre attraverso la commovente figura di Ira Sturm, in Vita e Destino. Ma questo non allevierà il senso di colpa che lo ossessionerà fino alla morte.

Grossman Carnet Attraverso questi scritti scopriamo la vita quotidiana dell'Armata Rossa ma anche della popolazione. Restrizioni, ritirate, sacrifici, attacco, difesa del suolo russo, liberazione... vediamo il popolo russo vivere al ritmo dell'avanzata delle armate di Hitler e delle disfatte dell'armata staliniana.

Con i Taccuini abbiamo   un'opera che presenta almeno tre grandi aree di interesse.

  Troviamo innanzitutto una storia della seconda guerra mondiale vista da parte dei sovietici attraverso gli occhi di un giornalista di grande talento.

Le pagine di Grossman ci accompagnano lungo la terribile disfatta e la grande ritirata del 1941, la presa di Orel, la ritirata davanti Mosca, la battaglia di Stalingrado, quella di Koursk, la riconquista da parte dei sovietici dei loro territori occupati e la loro avanzata attraverso l'Europa centrale.

Grossman descrive l'entrata delle truppe sovietiche a Varsavia, poi a Lodz e Poznam, racconta cos'è avvenuto durante l'occupazione nazista.

Arrivati finalmente in Germania descrive --- con grande onestà intellettuale e raccapriccio --- i saccheggi e gli stupri commessi dall'armata sovietica, descrive la presa di Berlino e conclude il suo percorso con l'ingresso dentro ciò che rimane della Cancelleria di Adolf Hitler.

Abbiamo    un contributo prezioso all'approfondimento della biografia di Vasilij Grossman, perchè queste pagine  ci consentono  di seguirne il percorso, ma anche gli interessi, i dubbi, gli interrogativi e gli choc  da lui  subiti durante la seconda guerra mondiale.

Patriota convinto, lo scrittore si impegna al massimo a descrivere l'exploit del popolo sovietico nel corso di quella che non a caso è rimasta nella storia con la definizione di "Grande guerra patriottica" ma allo stesso tempo non nasconde nulla di ciò che egli chiama, come ho già ricordato, "la verità impietosa della guerra".

Pagina dopo pagina, la disperazione della disfatta e l'indignazione verso l'incapacità dell'alto comando fanno spazio alla speranza delusa di una liberazione (militare) senza libertà (politica) ed alla desolata constatazione dell'onnipresenza della violenza della guerra e di una barbarie che contamina tutto e tutti.

Nella vita di quest'uomo che con le sue origini giudaiche non ha più, dai tempi della Rivoluzione bolscevica che un tenue  legame (la famiglia di Grossman era composta di ebrei laici) irrompe poi --- e nella maniera più atroce --- la questione ebraica.

Da un lato Grossman, che si è unito al Comitato antifascista ebreo (CAJ) constata che l'antisemitismo è sempre presente in URSS. Dall'altro, accompagnando le truppe che inseguono i nazisti, scopre l'ampiezza dei massacri che questi hanno commesso nei confronti degli ebrei nei territori occupati.

Viene a sapere che sua madre è stata assassinata dalle Einsatzgruppen e farà di lei uno dei personaggi più commoventi di Vita e Destino.

Sulla via di Berlino, scopre con orrore i campi di concentramento di Maidanek e l'inferno di Treblinka.

Più che mai rigoroso, annota fatti, cifre, ogni genere di dati.

Redige articoli sullo sterminio degli ebrei per un Libro Nero dedicato agli stermini nazisti, ma la pubblicazione di quest'opera verrà proibita dalle autorità sovietiche che non vogliono presentare gli ebrei come  principali vittime della guerra.

Sconvolto dai massacri sistematici dei quali ha scoperto l'ampiezza, Grossman comincia a riflettere sul legame tra questi crimini e la natura dei regimi totalitari.

C'è un'immagine --- terribile --- che nei Taccuini torna due volte: è quella della terra delle fosse comuni che  si muove e "vomita" i resti dei corpi che non riesce più ad assorbire e che, agli occhi di Grossman,  accomuna  i morti tedeschi in rotta sulla Bérézina nel 1943 agli ebrei assassinati a Treblinka...

Ancora un a volta, "l'impietosa verità della guerra"...

I Taccuini sono infine una formidabile fonte per tutti coloro che vogliono conoscere la materia prima su cui lo scrittore si è basato per i suoi racconti e i suoi romanzi di guerra e permette di valutare le eventuali differenze tra gli appunti presi "sul terreno" e la la loro rielaborazione letteraria.


C'è un aspetto, negli appunti i Grossman, estremamente importante.

Nonostante sia preso in pieno dalla furia della guerra, Grossman presta sempre una grandissima attenzione all'essere umano in quanto tale, all'essere umano anche il più semplice, il più insignificante; dal giovane prigioniero tedesco alla piccola contadina russa dai piedi nudi e sporchi. Delinea ritratti di militari e di civili, ne trascrive le conversazioni di cui si trova ad essere testimone o che gli riferisono i soldati da lui intervistati.

Parla degli stati d'animo, descrive la collera, la disperazione. Descrive i minimi dettagli della vita di ogni giorno, descrive i feriti che, all'ospedale, si impadroniscono dei giornali per poter con la loro carta farsi delle sigarette, quegli abitanti di Stalingrado che mangiano zuppa di cavolo all'ingresso di una casa bruciata.

L'attenzione di Grossman per i dettagli concreti e, soprattutto, verso gli esseri umani di ogni età e di ogni livello sociale è straordinaria.

Egli racconta con pudica tenerezza le storie dei suoi personaggi, le loro reazioni, i loro sentimenti, i loro sorrisi, i loro piedi che  sono spesso nudi e neri di fango e sporcizia.

I suoi scritti sono impregnati di dolcezza e compassione, ed è questo che li rende diversi da altri resoconti di guerra troppo spesso dominati interamente da idee e principi e che non lasciano spazio alle sensazioni ed alle emozioni.

Tornerò, su questi scritti, perchè troppe cose ancora ho da dire.

Per ora mi fermo qui.


I preziosissimi Taccuini di guerra di Vassilij Grossman, ritrovati nel 1955 negli archivi russi non esistono in italiano ma sono già da tempo pubblicati in Inghilterra e in Francia dove, detto tra parentesi, anche tutte le altre opere di Grossman sono   presenti in catalogo già persino in edizioni economiche.

Uno storico inglese, Antony Beevor, ha  ---  insieme a Luba Vinogradova ---   non solo selezionato e messo in ordine gli appunti di Grossman ma li ha anche "legati" tra loro fornendo utilissime notizie facilitando così di molto, a me lettrice comune, la contestualizzazione storica di ciò che andavo  leggendo.

Il volume, uscito nel 2005 in Inghilterra con il titolo A Writer at War è stato poi tradotto e pubblicato in Francia dalla casa editrice Calman-Lévy.

Non si tratta di un'edizione scientifica integrale, dotata di un apparato critico, ma di una raccolta di estratti dei Taccuini, di lettere e di testimonianze

Per questo motivo, la casa editrice francese Calman Lévy   (è questa l'edizione dei    Carnets che  ho letto io)  avrebbe fatto bene a mantenere il titolo originale inglese A Writer in War, che meglio esprime l'aspetto composito del libro, in cui si mescolano, come ho detto,  estratti di scritti diversi.

Spero proprio, in ogni caso, che anche in Italia si decidano a tradurre e pubblicare al più presto questi taccuini, perchè essi costituiscono una lettura fondamentale sia per chi conosca già il capolavoro Vita e Destino sia per chi non lo abbia ancora affrontato.

Vasilij Grossman Carnets de guerre




Vasilij GROSSMAN, Carnets de Guerre de Moscou a Berlin 1941- 1945, Textes choisis et présentés par Antony Beevor et Luba Vinogradova.
 Traduit de l'anglais et du russe par Catherine Astroff et Jacques Guiod , p.510, ill. in B/N, 2008, ISBN 2253122491



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  • postato da: gabrilu alle ore 00:51 | link | commenti (5)
    categorie: libri, russia, attualita e storia, vasilij grossman
    martedì, 29 dicembre 2009

    DI QUEL CHE HO LETTO NEL 2009 E DELLA MIA NON VOLONTA' DI COMPILAR CLASSIFICHE

    Szvetan Todorov
    Quali sono i libri più belli letti nel 2009?

    Ho provato anch'io a compilare una sorta di classifica, come in questi giorni vedo si sta facendo in molti blog.

    Ma ho rinunciato quasi subito.

    Mi ritengo fortunata (ma anche, mi sia concesso un pizzico di autocompiacimento, lettrice che tutto sommato sa verso quali scaffali dirigersi e a quali referenze dare ascolto) perchè pochissimi dei libri letti quest'anno mi hanno delusa o annoiata. Di questi non ho parlato prima e non intendo certo parlare adesso.

    Tutti gli altri, di molti dei quali ho scritto anche qui sul blog, mi hanno interessata, appassionata, divertita, comunque coinvolta.

    Non mi sento però di definire priorità perchè i motivi per cui questi libri mi sono piaciuti sono stati i più diversi e non riesco proprio (ma soprattutto non voglio) metterli in fila utilizzando un unico, riduttivo criterio di valutazione.

    Come potrei infatti scegliere, ad esempio, tra Lezione di tedesco di Siegfried Lenz e Easter Parade di Richard Yates, oppure paragonare Tentazione di János Székely con Martin Chuzzlewit di Charles Dickens o, ancora, La promessa dell'alba di Romain Gary con L'ultimo dono di Sándor Márai o con il bellissimo Gli scomparsi di Daniel Mendelsohn?

    Anche tra la saggistica, non potrei scegliere, ad esempio, tra Todorov e Allen, tra Citati e Magris, o paragonare Anna Funder ad Enzensberger.

    Ciascuno di questi romanzi e/o saggi mi ha dato molto, ciascuno di questi libri mi ha arricchita facendomi conoscere cose diverse ed imparagonabili.

    Vasilij GrossmanNo, proprio non mi sento di metterli uno dietro l'altro costringendoli in una classifica.

    E poi, io preferisco parlare di autori piuttosto che di singoli testi e molti dei libri che ho amato in questo anno che sta per concludersi sono di autori che già apprezzavo e che ho cercato di approfondire.

    Vasilij Grossman,  innanziutto.
    Che   considero la mia più grande grande "scoperta" non solo del 2008 ma degli ultimi anni, la cui vita e opera ho appena solo cominciato ad esplorare e a cercare di approfondire.

    Nabokov. Di cui ho tanto parlato e del quale parlerò ancora.

    Vladimir Nabokov

    E poi Irène Némirovsky, Sándor Márai, Magda Szabó, per citarne solo alcuni.

    Irène Némirovsky Sandor Marai

    Magda Szabo


    Naturalmente ci sono state le riletture, che sono sempre, per un motivo o per l'altro, portatrici di sorprese e proficui  stupori.

    Le riletture arricchiscono in ogni caso, sia   che il  libro riletto ci piaccia  più e quanto  la prima volta, sia nel caso in cui ci succede  (e può succedere,  come no)  di dire a noi stessi: "Ma come caspita ha fatto   'sto  libro a piacermi, in quel dì d'antan?!"

    Le riletture  sono indicatori formidabili per dirci quanto "noi"  siamo rimasti eguali e quanto il libro regga al tempo ed ai  cambiamenti  dei suoi lettori, oppure se e quanto siamo cambiati e/o quanto quel libro non tollera lettori e contesti diversi da quelli in cui  comparve e venne letto  le prime volte.


    Ho lasciato per ultime quelle che considero le mie "scoperte" del 2009.

    Prima scoperta quel meraviglioso autore che è W. G. Sebald.

    W.G. Sebald

    Seconda scoperta, il coup de foudre di questi ultimissimi giorni

    Thomas Bernhard

    Thomas Bernhard

    Ebbene sì, l'ho incontrato solo adesso, con imperdonabile ritardo, ma in compenso è stato subito amore a prima vista.
    Questo signore è già entrato a pieno titolo nel mio personale Pantheon letterario.

    Sono ancora stordita dall'incontro e per questo di lui non ho ancora scritto quasi nulla, nel blog.
    postato da: gabrilu alle ore 10:48 | link | commenti (28)
    categorie: libri, cose varie
    sabato, 26 dicembre 2009

    IL PIU' LUCIDO DI TUTTI I FOLLI

    Glenn Gould e la sua sedia

    Glenn Gould, Foto © Gordon Parks

    "Era diventato il più lucido di tutti i folli [...] Appena si sedeva al pianoforte, subito Glenn si raggricciava tutto, pensai, e allora sembrava una bestia, ma a guardarlo più attentamente pareva uno storpio, e se lo si guardava ancora più attentamente appariva per quell'uomo bello e intelligente che in effetti era"


    " suonò [...] quelle parti delle Variazioni Goldberg [...] Si raggricciò tutto e cominciò a suonare. Suonava per così dire dal basso verso l'alto,  non come tutti gli altri dall'alto verso il basso. Era questo il suo segreto."






    Per quasi trent'anni, dal 1953 sino al 1982 (anno della sua morte), Glenn Gould suonò sempre e solo seduto sulla sua particolarissima, sgangherata sedia.

    Gliel'aveva costruita suo padre Bert Gould, perchè Glenn la voleva più bassa del normale, con uno schienale che fosse quasi ad angolo retto rispetto al sedile e che fosse inoltre leggera, resistente e facilmente trasportabile.
    Sembra che Bert Gould abbia   preso    a modello una sedia pieghevole da giocatore di carte; la rese più corta segando ogni gamba di dieci centimetri, ed aggiunse dei martinetti che permettevano di regolarne l'altezza a seconda del repertorio musicale da eseguire.

    Glenn Gould e la sua sedia


    Il alto, Glenn Gould per strada a New York, nel 1956, con la sedia piegata sottobraccio mentre si reca agli Studi della Columbia Records per incidere Bach e Beethoven.
    postato da: gabrilu alle ore 18:23 | link | commenti (3)
    categorie: citazioni, musica, libri, arte e spettacolo, presi dalla rete
    mercoledì, 23 dicembre 2009

    LA FAVOLA DI NATALE - GIOVANNI GUARESCHI

    Guareschi Favola di Natale
    Giovanni GUARESCHI, La favola di Natale
    p.93, BUR Biblioteca Universale Rizzoli, ill., 2004


    Seconda guerra mondiale.

     Quando l'Italia firmò l'armistizio con le truppe Alleate, Giovanni Guareschi si trovava in caserma ad Alessandria.

    Rifiutò di passare alla Repubblica di Salò e al Reich. Venne quindi arrestato e inviato nei campi di prigionia di Czestochowa e Benjaminovo in Polonia e poi in Germania a Wietzendorf e Sandbostel per due anni, assieme ad altri soldati italiani: gli IMI (Internati Militari Italiani).
    In seguito descrisse questo periodo in Diario clandestino

    A Sandbostel, nello Stalag X B, nell'inverno del 1944 compose La Favola di Natale, racconto musicato di un sogno di libertà.

     Scritta per allietare i compagni durante il loro secondo Natale da prigionieri, La favola di Natale è ispirata da tre Muse che si chiamano Freddo, Fame, Nostalgia.

    "Non è una delle solite favole che rallegrano da secoli e secoli la prima giovinezza degli uomini, ma è stata scritta da uomini maturi e ad essi è stata raccontata nel Natale del 1944. E ciò avvenne in un campo di prigionia sperduto in una deserta landa del Nord"

    Albertino è un ragazzino che ha imparato a memoria una poesia da recitare a suo padre per la vigilia di Natale, ma il padre, prigioniero di guerra, non è a casa ed il bambino recita la poesia alla sedia vuota.

    La finestra si apre all'improvviso ed i versi si trasformano in un uccellino che vola via nel vento.

    Allora Albertino decide di andare in cerca di suo padre insieme al cane Flick, anche se i due non hanno mai viaggiato prima tranne che per andare dalla nonna, che abita  nello stesso isolato.

    Albertino e il cagnolino  Flick  attraversano insieme la terra della Pace diretti verso la terra della Guerra e incontrano lungo la via molti personaggi, finché non raggiungono la Foresta degli Incontri: una specie di terra di nessuno, dove finalmente si trovano davanti il padre di Albertino, che ha viaggiato in sogno per passare una notte speciale insieme al figlio.


    Giovanni Guareschi Favola di Natale

    "Era lui.
    Era il babbo.
    Era il babbo che, nella notte di Natale, era fuggito dal suo brutto recinto
    e ora camminava in fretta verso la sua casa"

    Arturo Coppola, compagno di prigionia di Guareschi musicò la favola e diresse l'orchestra ed il coro dei prigionieri per la rappresentazione "magica" che ebbe luogo nel campo di concentramento la sera del 24 dicembre 1944.

    Beniaminow (Oflag 73 - Stalag 333)

    Racconta Guareschi nell'introduzione scritta dopo la guerra:

    "Questa favola io la scrissi rannicchiato nella cuccetta inferiore di un 'castello' biposto, e sopra la mia testa c'era la fabbrica della melodia. Io mandavo su da Coppola versi di canzoni nudi e infreddoliti, e Coppola me li rimandava giù rivestiti di musica soffice e calda come lana d'angora. [...] I violinisti non riuscivano a muovere le dita per il gran freddo; per l'umidità i violini si scollavano, perdevano il manico. Le voci faticavano ad uscire da quella fame vestita di stracci e di freddo.

    Ma la sera della vigilia, nella squallida baracca del "teatro", zeppa di gente malinconica, io lessi la favola e l'orchestra, il coro e i cantanti la commentarono egregiamente, e il "rumorista" diede vita ai passaggi più movimentati."



    Ancora due disegni tratti dalla Favola:


    Giovanni Guareschi Favola di Natale

    La nonna di Albertino gli spiega che ogni notte visita il sogno il suo papà


    Giovanni Guareschi Favola di Natale

    Dopo l'avvventura natalizia, il papà deve tornare al campo.

    "Papà, perchè non mi prendi con te?"
    "Neppure in sogno i bambini debbono entrare laggiù. Promettimi che non verrai mai."
    "Te lo prometto, papà"


    La Favola di Natale è la bella, semplice storia di un viaggio miracoloso reso possibile dall'amore di un bambino per il suo papà e di una vecchia donna per il suo "piccolo".
    Un racconto delicato pieno di ironia e speranza, una favola fatta di coraggio ed amore nonostante la disperazione del campo di concentramento.

    Contiene anche, e Guareschi lo dice esplicitamente, un contenuto polemico che si comprende immediatamente guardando le illustrazioni, ma "la vicenda interessava i prigionieri forse ancora più del contenuto polemico della fiaba stessa".

    Beniaminow (Oflag 73 - Stalag 333)

    Il campo di Beniaminow in un disegno di Guareschi

  • Il libro >>

  • Anni fa si poteva acquistare il libro accompagnato da un'audiocassetta in cui la favola veniva letta con l'accompagnamento delle musiche e delle canzoni di Coppola.

    Io posseggo questa edizione, che mi venne regalata da un mio caro amico libraio proprio in occasione di un Natale

  • Adesso è fuori commercio, ma voglio dare egualmente le indicazioni bibliografiche. Magari chissà, si può sperare in qualche fondo di magazzino o bancarella dell'usato....

    Guareschi Favola di Natale

    Favola di Natale , Giovannino Guareschi (Testi e Disegni), Arturo Coppola (Musiche e canzoni d'accompagnamento per coro e orchestra), accompagnamento di Coppola all'armonica.
    Rizzoli, Milano, 1992 + 1 audiocassetta, ISBN: 978-8-81765-457-9


  • La foto di Guareschi che ho inserito nel post è stata scattata nel campo di Sandbostel nel 1944
  • postato da: gabrilu alle ore 00:39 | link | commenti (11)
    categorie: libri
    sabato, 19 dicembre 2009

    PROUST E THOMAS HARDY

    Dante Gabriele Rossetti

    Dante Gabriel Rossetti
    1828-1882
    Aurea Catena (Portrait Of Mrs. Morris)

    Parlando del romanzo L'Amata di Thomas Hardy ho detto nel mio post che questo libro di per sé non mi ha entusiasmata e che ad esso continuo a preferire decisamente altre opere di Hardy.

    Chiudevo però dicendo anche che la lettura è stata comunque per me estremamente interessante, e per un particolarissimo motivo al quale voglio oggi accennare.

    Una delle motivazioni che mi ha spinto a leggere L'Amata (oltre il mio generale grande interesse per Hardy) era costituita dal fatto che volevo capire qualcosa di più sul perchè Marcel Proust, grande ammiratore degli scrittori vittoriani, nutrisse un interesse particolare proprio nei confronti di Hardy e proprio per quest'opera in genere considerata minore e sicuramente non tra quelle più famose.

    Accenni a L'amata si trovano in una lettera di Proust a Léon Hennique del 1919 in cui scrive:
    "[...] la Bien -Aimée di Hardy mi ha tenuto spesso fruttuosa compagnia, nella mia esistenza di sofferenze fisiche e mentali.
    Spesso mi sembra di essere col pensiero nell'isola che risuona del rumore delle cave"
    Al suo grande amico Robert de Billy scrisse, sempre a proposito de L'Amata che
    "rassomiglia [va] pochino pochino, mille volte in meglio, a quello che sto scrivendo"
    Il romanzo viene poi citato espressamente in una pagina de La Prigioniera.

    Si tratta di quel brano in cui il Narratore, parlando ad Albertine delle ricorrenze nella musica di Vinteuil paragonandole alle ricorrenze che si trovano nelle opere dei grandi scrittori sottolinea la "geometria dei tagliatori di pietre nei romanzi di Thomas Hardy".
    " j'expliquais à Albertine que les grands littérateurs n'ont jamais fait qu'une seule oeuvre, ou plutôt n'ont jamais que réfracté à travers des milieux divers une même beauté qu'ils apportent au monde. « S'il n'était pas si tard, ma petite, lui disais-je, je vous montrerais cela chez tous les écrivains que vous lisez pendant que je dors, je vous montrerais la même identité que chez Vinteuil. Ces phrases-types, que vous commencez à reconnaître comme moi, ma petite Albertine, les mêmes dans la sonate, dans le septuor, dans les autres oeuvres, ce serait, par exemple, [...] Ce sont encore des phrases types de Vinteuil que cette géométrie du tailleur de pierre dans les romans de Thomas Hardy."

    "Le spiegavo che i grandi scrittori non hanno mai composto che un'opera sola; o piuttosto non hanno mai fatto che rifrangere attraverso mezzi diversi la stessa bellezza da loro arrecata al mondo.
    --- Se non fosse già tardi, piccina mia, -- le dicevo, -- vi mostrerei nelle opere di tutti gli scrittori che leggete mentre io dormo la stessa identità che in quelle di Vinteuil. Quelle frasi tipiche, che voi, mia piccola Albertine, cominciate a riconoscere come me, sempre le stesse, nella Sonata, nel Settimino, nelle altre opere, sono, per per esempio [...] Similmente, nei romanzi di Thomas Hardy, alle frasi tipiche di Vinteuil corrisponde la geometria dello scalpellino"


    [...]

    John Singer Sargent "je revins à Thomas Hardy. « Rappelez-vous les tailleurs de pierre dans Jude l'obscur, dans la Bien-Aimée, les blocs de pierres que le père extrait de l'île venant par bateaux s'entasser dans l'atelier du fils où elles deviennent statues ; dans les Yeux bleus, le parallélisme des tombes, et aussi la ligne parallèle du bateau, et les wagons contigus où sont les deux amoureux, et la morte ; le parallélisme entre la Bien-Aimée où l'homme aime trois femmes et les Yeux bleus où la femme aime trois hommes, etc. "

    "tornai a Thomas Hardy.

    -- Voi vi ricordate abbastanza che in Giuda l'oscuro e avete visto in La ben amata i blocchi di pietra che il padre estrae dall'isola e che, trasportati per via di mare, si accumulano nello studio del figlio, dove diventano statue; in Due occhi azzurri, il parallelismo delle tombe, ed anche la linea parallela del battello, e i vagoni contigui dove stanno i due innamorati, e la morta; il parallelismo tra La ben amata, dove l'uomo ama tre donne, e Due occhi azzurri, dove la donna ama tre uomini, eccetera;"


    Marcel Proust, A la recherche du Temps perdu, La Prisonnière
    La traduzione italiana è di Paolo Serini.
    Proust è anche particolarmente attratto, a proposito del parallelismo geometrico e dell'ossessione per la pietra scolpita o no come "una tomba, una chiesa, una cripta"...

    Geometria, simmetria, ripetizione, dunque.

    Sono questi gli elementi di cui Proust si serve per sostenere la tesi del Narratore secondo cui "les grands littérateurs n'ont jamais fait qu'une seule oeuvre, ou plutôt n'ont jamais que réfracté à travers des milieux divers une même beauté qu'ils apportent au monde."


    Ma oltre ciò di cui parla esplicitamente Proust, c'è ben altro, in questo romanzo del vittoriano Hardy, che lo rende singolarmente vicino allo scrittore francese.

    Victorian Lady L'amata di Thomas Hardy racconta la storia di uno scultore che crede di riconoscere l'incarnazione del suo Ideale in una quantità di donne che si succedono l'una all'altra; ma ad una fase di entusiasmo succede una fase di rapida de-cristallizzazione.

    Sarà dunque un'affascinante mescolanza di incostanza e di fissità che avrà caratterizzato questo viaggio sentimentale e chimerico legato a quello che il Jocelyn Preston di Hardy chiama "le migrazioni dell'amata":
    "Era stato sempre fedele alla sua amata, ma ella aveva avuto numerose incarnazioni".
    Come più tardi nella visione proustiana dell'amore, la metafora del ruolo tenuto da attrici differenti è insistente.

    Ma l'aspetto più singolare del racconto di Hardy è che a venti e a quarant'anni di distanza, Jocelyn Preston si innamora delle "tre Avice": la nonna, la madre e la figlia; alla ragazza alla quale chiede di sposarlo -- domanda che verrà respinta --- egli finisce per confessare che egli, prima di lei, ha amato sua madre e sua nonna; un po' sorpresa ma ormai disposta/rassegnata ad accettare tutto, la ragazza gli domanda se lui ha amato anche la sua bisnonna; lo scultore può dire, a questo proposito che, no, la bisnonna no...

    Al termine del romanzo, tutte le amate di Jocelyn sono invecchiate o sono morte e Jocelyn Preston si sente, più dolorosamente che euforicamente... "ricacciato fuori dal tempo".

    In un certo modo, qualcosa del genere ritroviamo in Proust ne Le Temps retrouvé, ultimo volume de A la Recherche du temps perdu.

    Giovanni BoldiniLa situazione che Proust ci presenta ha un aspetto ancora più incongruo e scabroso: nel corso dell'ultima matinée Guermantes infatti la nonna, la madre e la figlia (Odette, Gilberte e Mlle de Saint-Loup) si ritrovano tutte e tre riunite in presenza del Narratore, del quale si può dire che ha "amato" sia Madame Swann che Gilberte nella prima parte di Du côté de chez Swann.

    Adesso il Narratore, dopo aver confuso fisicamente le due donne ("Vous me prenez pour ma mère', m'avait dit Gilberte. C'était vrai" ---- "Voi mi confondete con mia madre", mi aveva detto Gilberte. Era vero" ) sospetta che Gilberte abbia ereditato da sua madre dei costumi dubbi e pensa che essa sia ---- come lo sarebbe stata una entremetteuse (mezzana) --- sin troppo disposta, a presentargli sua figlia.

    Certo, il Narratore de la RTP si stupisce e diffida molto più di quanto faccia l'eroe del romanzo di Thomas Hardy per la stranezza di questo eterno ritorno (che comunque non lo spinge mai, come succede al protagonista de L'Amata ad una formale richiesta di matrimonio).

    Proust inoltre, ricordiamolo, non smette mai, durante tutto il corso della RTP, di esplorare i sistemi genealogici e i meccanismi della trasmissione ereditaria.

    Ma soprattutto non rinuncia mai a quel grande principo della Recherche secondo il quale il desiderio amoroso, estetico o mondano (e cioè la legge suprema del suo romanzo, quali che possano essere le incongruità dei comportamenti che possano produrre) si prende gioco delle persone e non tiene conto che delle "qualità", sempre più o meno arbitrariamente incarnate, e sempre a titolo provvisorio.

    Certo, non dimentico che --- nel Le Temps retrouvé --- tutti ridono credendo che il Narratore scherzi quando chiede a Gilberte se ella non tema di compromettersi accettando l'invito a cena di un giovanotto (lui, che giovanotto non è più).

    Ma l'apparizione di Mlle de Saint-Loup all'ultima matinée Guermantes fornisce l'occasione per una serie di variazioni didattico-poetiche destinate a razionalizzare e a legittimare le incongruità apparenti di un desiderio che, per restare fedele a se stesso, dovrà necessariamente e naturalmente passare da una generazione ad un'altra.

    Ciò che viene splendidamente detto alla fine di Albertine disparue:
    "C'était elle qui était maintenant ce qu'Albertine avait été autrefois : mon amour pour Albertine n'avait été qu'une forme passagère de dévotion à la jeunesse. Nous croyons aimer une jeune fille et nous n'aimons hélas ! en elle que cette aurore dont son visage reflète momentanément la rougeur "

    "Era lei adesso quella che un tempo era stata Albertine: il mio amore per Albertine non era stata che una forma passeggera di devozione alla giovinezza. Noi crediamo d'amare una fanciulla e non amiamo, ahimé! in lei che quest'aurora il cui viso riflette momentaneamente il rossore"
    Chiudo con un passaggio dal Contre Sainte-Beuve che riflette la profonda ambivalenza di Proust rispetto agli scrittori ed agli artisti in genere da lui amati e considerati Maestri:
    "Les écrivains que nous admirons ne peuvent pas nous servir de guides, puisque nous possédons en nous, comme l'aiguille aimantée ou le pigeon voyageur, le sens de notre orientation. Mais tandis que guidés par cet instinct intérieur nous volons de l'avant et suivons notre voie, par moments, quand nous jetons les yeux de droite et de gauche sur l'oeuvre nouvelle de Francis Jammes ou de Maeterlinck, sur une page que nous ne connaissions pas de Joubert ou d'Emerson, les réminiscences anticipées que nous y trouvons de la même idée, de la même sensation, du même effort d'art que nous exprimons en ce moment, nous font plaisir comme d'aimables poteaux indicateurs qui nous montrent que nous ne nous sommes pas trompés, ou, tandis que nous reposons un instant dans un bois, nous nous sentons confirmés dans notre route par le passage auprès de nous à tire-d'aile de ramiers fraternels qui ne nous ont pas vus"

    "Gli scrittori che noi ammiriamo non ci possono servire da guide, perchè abbiamo già in noi, --- come l'ago calamitato o il piccione viaggiatore, --- il senso del nostro orientamento. Ma, mentre guidati da questo [istinto] interiore noi procediamo innanzi, seguendo la nostra via, ogni tanto, quando gettiamo un'occhiata a destra o a manca sull'ultima opera di Francis Jammes o di Maeterlinck, o su una pagina ancora noi sconosciuta di Joubert o di Emerson, le reminiscenze anticipate che vi scorgiamo della stessa idea, della stessa sensazione, dello stesso sforzo d'arte che noi esprimiamo in quello stesso momento ci fanno piacere, come amabili cartelli indicatori che ci confermano che non abbiamo sbagliato strada o ci informano del passaggio vicino a noi, a volo spiegato, d'uno stermo di palombi fraterni, che non ci hanno visto"

    Marcel Proust, Contre Sainte-Beuve, Note sulla letteratura e la critica. Traduz. ital. di Paolo Serini e Mariolina Bongiovanni Bertini
    Sono rimasta parecchio stupita nel vedere quanti altri particolari della storia narrata da Hardy oltre al tema della costante e sempre inappagata ricerca di un ideale di bellezza femminile che si concretizzi in una donna in carne ed ossa, di un' "Amata" inafferrata e inafferrabile siano in sintonia con alcuni dei più importanti leit motiv proustiani.

    Le assonanze --- ma forse sarebbe più corretto chiamarle coincidenze? --- sono talmente numerose che meriterebbero davvero uno studio approfondito.

    Magari qualcuno l'ha già fatto, io non lo so: la bibliografia proustiana è ormai talmente sterminata che è quasi impossibile, per una lettrice comune quale sono io, starle dietro...

    Accenno solo, brevissimamente ed alla rinfusa, a qualche elemento che mi ha particolarmente suggestionata:

  • L'illusione (frustrata) di Jocelyn nei confronti di Avice (la seconda) di "sorvegliarla, di plasmare la sua mente, e educarla; e avrebbe potuto allontanarla da qualche vicino pericolo" è la stessa che il Narratore nutre nei confronti di Albertine.

    La fantasia --- sempre inappagata --- di possesso totale che egli nutre verso Albertine trova momentaneo sollievo soltanto nei momenti in cui il Narratore contempla il sonno di Albertine: Albertine che dorme non può pensare, è priva di coscienza e di volontà, è come un vegetale e dunque, finalmente, non può sfuggirgli...

  • l'Amata è inafferrabile come inafferrabili sono le quattro donne in cui sembra incarnarsi agli occhi di Jocelyn.

    Albertine viene definita dal Narratore un "être de fuite", e cioé una persona la  cui vita   rimane in gran parte opaca e che resta misteriosa.

    Da ciò la necessità, per il Narratore, di andare a caccia della verità per sapere realmente chi essa sia.

    Ma non riuscirà a conoscerla, malgrado tutti i suoi tentativi, se non in modo frammentario.

    Nel romanzo di Hardy, più volte Jocelyn si lamenta del fatto di non riuscire  a capire che cosa pensino davvero le tre Avice, e tutti i suoi tentativi di comprendere i veri sentimenti che le donne nutrono verso di lui rimangono vani...Anche l'Amata di Hardy è un "être de fuite".

  • Toulouse Lautrec Lavandaia
  • Non poteva non colpirmi il fatto che la prima e la seconda Avice facciano le lavandaie: chi conosce la RTP sa bene quanto sia pullulante di anonime, deliziose, inafferrabili e sfuggenti lavandaie (e lattaie e giovani pescatrici, sia detto per inciso) di cui il Narratore si invaghisce in continuazione e che stimolano in lui fantasie erotiche...

  • Mi fermo qua ma, ripeto, il tema meriterebbe un approfondimento.

    Per tornare sullo specifico del romanzo di Hardy, posso ben dire che, per quanto mi riguarda, L'Amata mi è servito --- per quanto la cosa possa apparire bizzarra --- non tanto a capir meglio Hardy quanto a far più luce su alcune idee e temi ricorrenti della RTP...

  • Il mio post su L'Amata di Thomas Hardy >>

  • Le immagini: John Singer Sargent, Carrara: In a Quarry , 1911, Museum of Fine Arts, Boston, Sir Edward Coley Burne-Jones, (1833-1898) Portrait of a Girl in a green dress, 1890 ca., Giovanni Boldini, Ritratto di giovane donna, Henri de Toulouse Lautrec, La blanchisseuse (La lavandaia),1884-86, olio su tela, Collezione privata
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    categorie: libri, marcel proust
    giovedì, 17 dicembre 2009

    LO EXTRA-ORDINARIO BERNHARD

    Thomas Bernhard
    "La difficoltà non sta nell'avere una cosa nella testa, tutti nella testa hanno cose straordinarie, le hanno continuamente fino alla fine della loro vita, le cose più straordinarie, la difficoltà sta piuttosto nel far uscire queste cose straordinarie dalla testa e trasferirle sulla carta. Nella testa si può avere tutto ed effettivamente tutti hanno tutto nella testa ma sulla carta non c'è quasi nessuno che abbia qualcosa [...] Mentre nelle teste di tutte le persone ci sono le cose più straordinarie, sulle loro carte si trovano sempre le cose più banali assurde e pietose"


    "Tutto è sopportabile, perchè è così comico. Non abbiamo altro al mondo che la commedia allo stato puro e qualunque cosa facciamo, non riusciremo mai a uscire dalla commedia [...] Ma per potere sopportare questa commedia, di tanto in tanto bisogna scaricare il cervello, liberarlo del suo contenuto come si fa con l'urina"

    Thomas Bernhard, La Fornace 

    post-itMio  primo approccio con quest'autore dal quale sono rimasta folgorata.

    E' da tre giorni che mi chiedo "Ma come caspita e perdindirindina m'è potuto succedere che io non avevo ancora mai letto nulla di questo signore?!?!"

    Ne riparlerò, di Bernhard.

    Opperbacco, se ne riparlerò!!!!
    postato da: gabrilu alle ore 14:47 | link | commenti (8)
    categorie: citazioni, libri, mitteleuropa, leggere e scrivere
    sabato, 12 dicembre 2009

    MAX OPHULS - LETTERA DA UNA SCONOSCIUTA

    Lettera da una sconosciuta  Louis Jourdan

    Lettera da una sconosciuta di Max Ophüls, tratto dalla novella di Stefan Zweig del 1922 della quale ho già parlato >> qui, è il secondo film realizzato negli Stati Uniti dal regista tedesco dopo il 1947.

    In un'intervista rilasciata nel 1957 a Jacques Rivette e François Truffaut --- allora critici ai Cahiers du cinéma --- Ophüls ricorda le circostanze in cui riuscì a convincere il presidente della Universal Bill Goetz a produrre questo adattamento della novella di Zweig e come fece per incontrarlo:

    "...Per potergli parlare in tutta tranquillità; sapevo quanto fosse difficile ottenere un appuntamento; e poi, c'è sempre il telefono che interrompe la conversazione. Ma c'è un bagno turco, allo studio, ed ho fatto in modo da prendere un bagno di vapore assieme a lui. Tutto nudo, sotto i getti di vapore, gli ho parlato della Lettera di una sconosciuta, gli ho detto che ero il solo regista al mondo ad essere capace di realizzare questo film, e lui mi ha risposto semplicemente, annuendo: "Why not", e cioè "Perchè no". E così..." (Rivette, Jacques, Truffaut, François. « Entretien avec Max Ophuls », Cahiers du cinéma n° 72, juin 1957)

    E' utile ed interessante --- anche e forse soprattutto per chi già conosca la novella di Zweig --- leggere

    >> la trama dettagliata del film <<

    La sceneggiatura di Howard Koch e dello stesso Ophüls segue infatti, è vero, passo passo il racconto di Zweig, ma introduce anche alcuni dettagli che non sono affatto insignificanti.
    Qui i personaggi hanno un nome, una precisa identità: lei si chiama Lisa Berndle ed è interpretata da una magnifica Joan Fontaine.

    Lettera da una sconosciuta  Joan Fontaine

    La lettera di Lisa è scritta su carta intestata del St. Catherine's Hospital, ed a margine c'è l'annotazione di una suora:

    "Questa lettera è stata scritta da una paziente che si trovava qui. Crediamo sia indirizzata a voi, perchè è il vostro nome che ha pronunciato prima di morire"...

    Max Ophuls Lettera da una sconosciutaMax Ophuls Lettera da una sconosciuta

    Lui si chiama Stefan Brand (Louis Jourdan).
    Il nome Stefan come omaggio all'autore della novella?

    Louis Jourdan

    Non è uno scrittore ma un pianista. Probabilmente perchè la modalità espressiva di un musicista si presta maggiormente ad una rappresentazione cinematografica dell'attività di uno scrittore, chissà.

    Di sicuro, le sequenze del film in cui Brand/Jourdan suona il pianoforte sono tra le più efficaci nel rappresentare la fascinazione che l'uomo esercita su Lisa.

    Ma Stefan Brand, che da giovane era stato accolto nel mondo concertistico come grande promessa si rivela poi in realtà, con il passare degli anni, artista di mediocre talento.

    Lettera da una sconosciuta  Max Ophuls

    Lettera da una sconosciuta  Louis Jourdan


    La Vienna fine Ottocento, completamente ricostruita negli studi hollywoodiani, insistentemente, manifestamente finta ed artificale risulta, grazie anche al bianco e nero della stupenda fotografia di Franz Planer magicamente suggestiva ed allegorica.

    La sequenza di Lisa e Stefan seduti all'interno di un vagone del trenino del Prater mentre scorrono fondali di cartone, ad esempio, è da antologia e sembra alludere metaforicamente all'artificiosità ed illusorietà del loro stesso rapporto.

    Joan Fontaine Louis Jourdan

    In questa Vienna quasi sempre notturna Ophüls incastona un ritratto di donna innamorata --- innamorata senza speranza --- la cui delicatezza e malinconia, grazie anche alla straordinaria interpretazione di Joan Fontaine (non mi stanco di ripeterlo) raggiungono lentamente e inesorabilmente punte di grande lirismo, commovente e mai sdolcinato.

    La macchina da presa percorre i corridoi delle case, marciapiedi di stazioni ferroviarie, sale le scale, passa dall'uno all'altro dei componenti questa coppia tra i quali c'è attrazione, fascinazione ma anche una irrimediabile incompatibilità.

    L'intensità, la profondità del personaggio di Lisa è meravigliosa in tutto il film, ma forse sono due, le scene davvero indimenticabili.

    Una è quella in cui vediamo Lisa tredicenne che sull'altalena nel cortile ascolta il suono del pianoforte arrivare dall'appartamento di Stefan mentre il vento scompiglia i suoi lunghi capelli biondi

    Joan Fontaine

    Joan Fontaine

    L'altra è quella in cui tutto l'amore, la dedizione, l'adorazione di una Lisa ormai donna è espressa dagli occhi di Joan Fontaine.

    Lettera da una sconosciuta  Joan Fontaine
    Joan Fontaine

    Gli occhi, gli specchi, il rispecchiamento (o il non-rispecchiamento) di sè nello sguardo dell'altro sono elementi importanti e ricorrenti, sottolineati e scanditi dalla simmetria di alcune sequenze.

    Come ad esempio quella che, all'inizio del film, mostra la giovane Lisa che, in cima alla scala, vede Stefan Brand portarsi in casa la sua amante del momento e quella, verso la fine del film, in cui è la stessa Lisa ad entrare in casa al braccio di Stefan. Adesso è lei a rappresentare per il pianista Stefan Brand solo la piacevole avventura di una notte.
    Anche il personaggio di Stefan (un eccellente Louis Jourdan) è disegnato in modo molto raffinato e ricco di sfumature e questo non è da sottovalutare, perchè la frivolezza è forse più difficile da esprimere che l'amore devoto ed appassionato di Lisa.

    Lettera da una sconosciuta  Max Ophuls


    Lettera da una sconosciuta  Max Ophuls


    E adesso, dopo ben due post dedicati a questa Sconosciuta, posso finalmente dichiarare che se focalizzo l'attenzione sulla storia d'amore e sui due personaggi della coppia, è decisamente al film di Ophüls che vanno le mie preferenze.

    Può forse sembrare paradossale, ma gli elementi introdotti nella storia dal regista-sceneggiatore fanno si che essa risulti molto più sottile e struggente di quanto appaia nella novella.

    E, sempre rispetto alla storia, sono convinta che il particolare del duello di Stefan Brand con il marito di Lisa sia il vero colpo di genio della sceneggiatura perchè assegna all'uomo un bisogno di riscatto finale che finalmente dà un senso all'amore di questa donna che non gli è più sconosciuta ma che adesso rivive pienamente nel suo ricordo come "Lisa".

    Sugli aspetti che invece trovo notevoli nella novella di Zweig mi sono già espressa nel post a lui dedicato.

    Tornando al film, voglio chiudere con queste parole di Georges Sadoul:
    "Come nelle opere più belle di Ophüls, l'apparente leggerezza nasconde pessimismo e tristezza, una tenerezza vicina alla crudeltà. La scenografia è rimasta celebre come una delle imprese più difficili e intensamente poetiche della Hollywood di quegli anni."
    (Georges Sadoul, da Dizionario dei film, Firenze, Sansoni, 1968 >>)


    Joan Fontaine

    Lettera da una sconosciuta Ophuls


    Letter from an Unknown Woman (1948), regia di Max Ophüls, tratto dal racconto Brief einer Unbekannten di Stefan Zweig, Sceneggiatura Howard Koch,Max Ophüls,
    Principali interpreti e personaggi: Joan Fontaine (Lisa Berndle), Louis Jourdan (Stefan Brand), Marcel Journet (Johann Stauffer), Art Smith (John), Mady Christians (Signora Berndle), Carol Yorke (Marie)
    Fotografia: Franz Planer, Montaggio: Ted J. Kent, Musiche: Daniele Amfitheatrof
    B/N, 86 min., USA, 1948


  • Il DVD >>
  • Scheda del film su imdb >>
  • Max Ophüls >>
  • Il film su YouTube (in inglese) >>


  • Lettera da una sconosciuta
    postato da: gabrilu alle ore 19:11 | link | commenti (7)
    categorie: libri, cinema
    mercoledì, 09 dicembre 2009

    LETTERA DI UNA SCONOSCIUTA - STEFAN ZWEIG

    Zweig Lettera di una sconosciuta
    Stefan ZWEIG, Lettera di una sconosciuta (Tit. orig. Brief einer Unbekannten), traduz. Ada Vigliani, p.88, Adelphi, Piccola Biblioteca Adelphi, 2009, ISBN 9788845924460

    Un libriccino (solo 88 pagine, lo si può leggere in un'ora) che mi ha dato molto da pensare.

    Cerco di andare con ordine.

    Il famoso romanziere R, tornato a Vienna dopo "una ritemprante vacanza ", si rende conto che è il giorno del suo quarantunesimo compleanno.

    Arrivato a casa, la sera gli viene consegnata una strana busta che non presenta informazione alcuna circa il mittente. La apre con noncuranza.

    La lettera è di circa venti pagine. Non è firmata. In alto, a destra, poste come intestazione e apostrofe, solo le parole

    "A te, che mai mi hai conosciuta".

    Una donna gli dice che il proprio bambino è appena morto, e che lei sta scrivendo accanto al corpicino esanime del figlio.

    L'attenzione dell'uomo è catturata. Egli si immerge totalmente in una lettura che lo occuperà fino all'alba.
    postato da: gabrilu alle ore 19:49 | link | commenti (10)
    categorie: donne, libri, mitteleuropa
    venerdì, 04 dicembre 2009

    L'AMATA - THOMAS HARDY

    Thomas Hardy L'amata
    Thomas HARDY, L'amata. Schizzo di un temperamento (tit. orig. The Well-Beloved. A sketch of a temperament), Traduz. Sara Donegà, p.250, Barbès Editore, ISBN 9788862940207

    L'Amata è l'ultimo romanzo di Thomas Hardy; dopo questo, lo scrittore smise di dedicarsi alla narrativa e per i successivi trent'anni della vita si dedicò esclusivamente alla poesia.

    Il protagonista del romanzo, Jocelyn Pierston, è uno scultore che per tutta la vita insegue un ideale di donna, "L'Amata", che in quanto tale è inevitabilmente inafferrabile e sfuggente.

    Jocelyn ne insegue le "incarnazioni" nelle donne di cui di volta in volta si innamora ma si rende conto che "ogni figura, ogni personificazione, è [...] solo una residenza temporanea, nella quale è entrata, è vissuta per un periodo, e da cui è uscita, abbandonando nella sostanza, per quanto mi riguarda, un cadavere, purtroppo!".

    E così Jocelyn si innamora quando pensa che in un certo essere umano femminile concreto e vivente si sia incarnato lo "spirito dell'Amata", l'Idea.
    postato da: gabrilu alle ore 14:53 | link | commenti (2)
    categorie: libri
    venerdì, 27 novembre 2009

    NOSTALGIA DEL BALTICO

    I Buddenbrook a Travemunde
    I Buddenbrook in vacanza a Travemünde

    "A Travemünde, paradiso delle vacanze, dove trascorsi i giorni più felici della mia vita, (...) il mare la musica entrarono nel mio cuore in perfetta unione (...)."
    Thomas Mann
    Ho trascorso a Travemünde una splendida domenica di luglio, e giorno dopo giorno la mia nostalgia del Baltico si fa sempre più forte: non vedo l'ora di poter tornare da quelle parti e sto già meditando progetti per l'estate prossima...

    Travemünde non può, così come Lubecca, non evocare Thomas Mann, che oltre a passarvi le estati della propria infanzia ne parla abbondantemente ne I Buddenbrook.
    postato da: gabrilu alle ore 18:40 | link | commenti (6)
    categorie: viaggi, libri, video, germania
    lunedì, 23 novembre 2009

    L'ORIGINALE DI LAURA - VLADIMIR NABOKOV

    Nabokov L'originale di Laura
    Vladimir NABOKOV, L'originale di Laura (Morire è divertente), tit. orig. The Original of Laura (Dying Is Fun), a cura di Dmitri Nabokov, traduz. dall'inglese di Anna Raffetto, p. 160, Adelphi, Biblioteca Adelphi n.551, ISBN 978-88-459-2448-4

    9000 parole circa.
    138 di quelle schede in cartoncino Bristol che Nabokov utilizzava per comporre i suoi testi.

    Le schede venivano conservate in scatole per scarpe e, nella fase finale della composizione, una volta assemblate secondo l'ordine definitivo, venivano dettate da Vladimir alla moglie Véra che le batteva a macchina.

    Del suo metodo di scrittura Nabokov ha parlato spesso in varie interviste, alcune delle quali raccolte nel volume Intransigenze.

    Possiamo vederlo scartabellare tra le sue famose schede anche in questo video che avevo trovato su YouTube e di cui avevo parlato >> qui

    In questo caso, sfogliando il volume Adelphi che ci troviamo tra le mani, siamo ancora nella fase della gestazione. Davanti a quella che a me viene da chiamare "L'Incompiuta" di Nabokov.
    Le schede, infatti, non sono state ancora assemblate, il Maestro non ha avuto il tempo e l'opportunità di dare la smazzata finale al suo mazzo di carte, di dar loro l'ordine definitivo voluto dal creatore.
    postato da: gabrilu alle ore 21:50 | link | commenti (21)
    categorie: libri, vladimir nabokov
    giovedì, 19 novembre 2009

    LO SCHERZO

    Alex Colville

    Alex Colville
    Visitors are invited to register, 1954
    Mendel Art Gallery Collection, Saskatoon (Canada)

    Ho riletto in questi giorni, dopo tanti anni, Lo scherzo di Milan Kundera.

    Nella Praga del '48, in pieno regime filosovietico, lo studente Ludvik invia alla sua ragazza una cartolina in cui, per scherzo, scrive:
    L'ottimismo è l'oppio dei popoli. Lo spirito sano puzza di imbecillità! Viva Trockij!
    La sua vita ne verrà stravolta.
    postato da: gabrilu alle ore 21:53 | link | commenti (7)
    categorie: citazioni, libri, milan kundera
    lunedì, 16 novembre 2009

    EVELINA - FANNY BURNEY

    Frances Burney

    Edward Francisco Burney
    Fanny Burney, 1784-85 ca.
    National Portrait Gallery

    Frances (Fanny) Burney è l'autrice del romanzo di cui voglio parlare oggi e che si intitola Evelina.

    Pubblicato anonimo nel 1778 e tradotto ora per la prima volta in edizione italiana dalla casa editrice Fazi a cura di Chiara Vatteroni, Evelina è il primo romanzo dell'allora ventiseienne Frances (Fanny) Burney, considerata oggi, come ricorda Chiara Vatteroni nella sua eccellente postfazione, una delle madri del romanzo inglese e che finalmente si sta riscoprendo anche in Italia dopo secoli di oblio. 
    postato da: gabrilu alle ore 15:11 | link | commenti (9)
    categorie: donne, libri
    venerdì, 13 novembre 2009

    E' SOLO UN ROMANZO!

    Jane Austen

    Jane Austen in un acquerello della sorella Cassandra (1804)

    "... sembra sia universale desiderio denigrare la capacità e sottovalutare la fatica del romanziere disdegnando opere che si raccomandano solo per intelligenza, spirito, e buon gusto. "Non sono un lettore di romanzi...Raramente do un'occhiata a un romanzo...Non crediate che leggo spesso romanzi...Non male, per essere un romanzo". Questa è la solita solfa. "Cosa sta leggendo, signorina?" "Oh, è solo un romanzo!" risponde la giovane donna posando il libro con indifferenza affettata o addirittura con vergogna. "E' solo Cecilia, o Camilla, o Belinda" ovvero, in breve, sono solo opere in cui si dimostrano le più grandi capacità intellettuali, la più profonda conoscenza della natura umana nella più limpida descrizione della sua varietà, la più vivace effusione di spirito e di umorismo, il tutto in linguaggio scelto e garbato"

    >>> Jane Austen, L'Abbazia di Northanger <<<


    Jane Austen

    Illustrazione di Charles E. Brock per Northanger Abbey
    postato da: gabrilu alle ore 12:54 | link | commenti (6)
    categorie: citazioni, libri, leggere e scrivere
    lunedì, 09 novembre 2009

    GLI SCOMPARSI - DANIEL MENDELSOHN

    Gli scomparsi Daniel Mendelsohn
    Daniel MENDELSOHN, Gli scomparsi (Tit. orig. The Lost. A search for six of six million), traduz. di Giuseppe Costigliana, p.722, Neri Pozza, Collana Bloom, 2007, ISBN 9788854502253

    Daniel Mendelsohn è un ebreo laico americano appartenente alla terza generazione di una famiglia di ebrei provenienti da Bolechow, (oggi Bolekhiv) ---- uno stethl dell'Europa orientale (Galizia) passato dall'impero austro ungarico ai polacchi, poi ai sovietici ed infine all'Ucraina --- riusciti ad emigrare negli Stati Uniti appena in tempo prima dell'inizio della Shoah.

    Insegna greco antico a New York.

    Proprio così: colui che si potrebbe immaginare ossessionato dall'Europa centrale lacerata nel corso dei secoli tra L'Austria-Ungheria, la Germania, la Polonia, l'Ucraina e la Russia, è in realtà un appassionato dell'antica Grecia, della mitologia, dei grandi classici latini e greci.

    Lui stesso, in un'intervista, ha spiegato le ragioni di questo amore dicendo: "Io sono ebreo ed omosessuale. La componente ebrea, in me, è la componente della tradizione della famiglia, del dovere. La componente greca, pagana, è quella del desiderio e del piacere".

    Articoli e saggi di Mendelsohn compaiono sul New Yorker, sul New York Times Book Review, sull' Esquire e Paris Review e in volumi antologici. Gli scomparsi non è il suo primo libro: prima di questo, nel 2001 aveva pubblicato The Elusive Embrace: Desire and the Riddle of Identity", che era stato premiato come libro dell'anno dal New York Times e dal Los Angeles Times.

    Questo libro è il risultato della ricerca personale che Daniel Mendelsohn ha condotto per far luce sul destino di alcuni membri della sua famiglia scomparsi nell'Olocausto.
    postato da: gabrilu alle ore 11:26 | link | commenti (10)
    categorie: libri, attualita e storia