Pietro CITATI, La malattia dell'infinito. La letteratura del Novecento, p.560, Mondadori, ISBN 9788804583059
Quest'anno il caso ha voluto che arrivassero in libreria, più o meno in contemporanea, tre opere di tre autori che apprezzo moltissimo:
Alfabeti di Claudio Magris (di cui ho già parlato
>>qui),
Folie Baudelaire di Roberto Calasso (che leggerò quanto prima) e questo
La malattia dell'infinito di Pietro Citati. Visto che non è vero che non leggo autori italiani contemporanei viventi?
La malattia dell'infinito è una bellissima raccolta di saggi di letteratura, alcuni dei quali già comparsi su La Repubblica e in altre riviste.
Come già mi è capitato di dire quando ho parlato di
La morte della farfalla, degli scrittori di cui parla, Citati dà una sua personale interpretazione supportata da robuste letture che si intuiscono ma non vengono mai dichiarate.
Qui ci troviamo di fronte ad una
galleria di circa sessanta importanti personaggi della cultura del Novecento. Non solo letterati, perchè tra di essi troviamo anche artisti come
Carl Theodor Dreyer,
Federico Fellini,
Charlie Chaplin, Nijinsky.
Il volume è suddiviso in cinque parti:
la prima è dedicata agli inizi del secolo;
la seconda all'arco di tempo che va dagli anni Venti al secondo dopoguerra;
la terza alla poesia;
la quarta alla letteratura dal secondo dopoguerra fino ai recentissimi Yehoshua, Milan Kundera, Alice Munro e Pamuk;
la quinta, infine, intitolata
Ricordo di amici è dedicata a scrittori e intellettuali con cui Citati ha avuto legami d'amicizia. Vi troviamo, tra gli altri, Carlo Emilio Gadda, Bertolucci, Calvino e Manganelli, Fruttero e Lucentini, Elena Croce, Elémire Zolla.
I saggi sono molto eterogenei: a volte Citati parla dell'opera complessiva di un certo autore, ne analizza il percorso letterario, altre volte si centra invece su una singola opera, come ad esempio nel caso di
Pamuk di cui tratta esclusivamente
Il mio nome è rosso, o della
Ortese (
L'Iguana e
Il cardillo addolorato).
Ma se l'approccio può essere differente a seconda degli autori trattati, l'obiettivo rimane sempre, per Citati, quello di mettere in luce ciò che ciascuno di essi ha scoperto esplorando quegli aspetti della realtà e della natura umana che in genere restano in ombra, ai confini del non visibile, l'ignoto insomma.
Non a caso il primo, lungo saggio che apre il volume è dedicato al
Lord Jim di
Conrad --- romanzo che secondo Citati inaugura la letteratura del Novecento --- ed è proprio ad una frase di Lord Jim che fa riferimento il titolo della raccolta:
"l'immaginazione è la nemica degli uomini e la madre di tutti i terrori" perciò, dice Citati
"l'infinito è nemico dell'uomo; e la magniloquenza della fantasia e delle parole è nostra avversaria [...]", solo i grandi scrittori possono combattere e sostenere la forza distruttiva del sogno, dell'immaginazione:
"Questa conoscenza, come Conrad sapeva, la posseggono solo i grandi scrittori: sorretti dal sogno senza fine, essi illuminano con le proprie deboli luci il centro di Luce, il cuore di Tenebra, scrivendo romanzi come Lord Jim" (p.15).
"Malattia dell'infinito" dunque, consapevolezza della propria non appartenenza, esplorazione dell'
"ombra sinistra della conoscenza di sé" sono caratteristiche comuni, secondo Citati, dell'artista del Novecento.
Non credo sia il caso di cercare di riportare qui tutti i modi e le forme con cui, per ciascun autore di cui si parla nel libro, questi temi vengono individuati, enucleati, analizzati da Citati: da D'Annunzio a Virginia Woolf, da Musil a Walser ad Hoffmasthal ad Alice Munro a Sebald a Pessoa a Lampedusa, a Salamov e a tanti altri. Ne verrebbe fuori solo un lungo e comunque sempre incompleto elenco di citazioni. Molto meglio leggere direttamente il libro, che è piacevolissimo, scorrevole ed avvincente.
In rete ci sono, comunque, ottimi articoli e recensioni: da parte mia trovo inutile ripetere cose che altri hanno già detto e scritto egregiamente.
Qualche parola ancora, però, sul titolo: intervistato da
Marino Sinibaldi a
Fahrenheit, Citati spiega che parlando di "infinito" si è riferito non solo a Conrad ma anche a Rousseau e Leopardi (sul quale ha cominciato, tra l'altro, a scrivere quello che sarà il suo prossimo libro) e che ha utilizzato il termine "malattia" non pensando a qualcosa di patologico ma ad una "condizione intellettuale" che può essere di volta in volta, a seconda di ciascun autore, intesa come possibilità di libertà e di espansione o, viceversa, di una sorta di carcere mentale.
Un senso del "senza limite" che, secondo Citati, percorre tutta la cultura del Novecento.
Qualche link di approfondimento:
Vertigine da infinito. Una lunga e interessante intervista in cui Citati si dilunga molto su questo concetto dell"infinito" >>
Pietro Citati intervistato da Marino Sinibaldi a Fahrenheit si può ascoltare >>QUI oppure si può leggere parte della trascrizione >> QUI
Sul sito della Mondadori è possibile leggere l'intero primo capitolo del volume >>
Un ottimo articolo-recensione sul sito della Biblioteca di Garlasco >>