Brigitte REIMANN, Franziska Linkerhand, traduz. dal tedesco di Antonella Cerminara, p. 544, ed. Voland, Collana Amazzoni, ISBN: 8888700315
Questo libro me lo aveva consigliato
fuoridaidenti in agosto, qualche giorno prima della mia partenza per Berlino. Era ormai troppo tardi per procurarmelo e portarmelo in viaggio, ma non mi sono dimenticata del consiglio ed al mio ritorno l'ho comprato e l'ho letto in questi giorni. E' stata buona cosa leggerlo tranquillamente a casa, perchè pur essendo un ottimo romanzo non si tratta --- per i motivi che più avanti dirò -- di una lettura molto agevole e tanto meno "leggera". Non è insomma, a mio parere, un "libro da viaggio".
Non sapevo assolutamente nulla di questa scrittrice e così, volendo andare oltre le poche notizie presenti sul risvolto di copertina, mi sono documentata un po' girovagando per la rete.
Brigitte Reimann, nata a Burg nella Germania orientale nel 1933 è morta di cancro ad appena quarant'anni, ma nonostante la sua vita sia stata breve, ha vissuto intensamente, freneticamente.
Ha scritto numerosi romanzi, esiste una voluminosa corrispondenza soprattutto con la sua grande amica la scrittrice
Christa Wolf --- Brigitte, come la Wolf, ha vissuto nella ex DDR --- ed in Germania è stato pubblicato anche il suo diario con il titolo
Alles schmeckt nach Abschied (mi risulta che sia stato tradotto e pubblicato in francese con il titolo
Tout a un goût d'adieux anche se,io, per la verità, non ne ho trovato traccia nei cataloghi on line)
Ma soprattutto, Brigitte Reimann (insegnante, giornalista e scrittrice, quattro matrimoni, molti amanti, politicamente impegnata, claudicante per la poliomelite avuta da bambina) ha impiegato gli ultimi dieci anni della sua vita a scrivere un romanzo, il "suo" romanzo, che è questo
Franziska Linkerhand, l'unica sua opera, che io sappia, reperibile in italiano.
Franziska Linkerhand è un romanzo-fiume, rimasto incompleto perchè la Reimann morì proprio quando mancavano ancora soltanto due capitoli. Il lettore che però non fosse a conoscenza di questo particolare non si accorgerebbe, io credo, data la struttura del libro, di questa incompletezza.
Racconta la storia di una giovane donna sin dall'infanzia trascorsa a Burg, nel Magdeburgo, in una famiglia medio borghese tedesca (il padre, grande appassionato di letteratura, ha una piccola casa editrice che pubblica libri pregiati) ed arriva fino alla metà degli anni '60.
Quando, dopo la disfatta della Germania la famiglia si sfalda (i genitori migrano nella Germania Ovest, l'amato fratello Wilhelm diventa scienziato e va in Unione Sovietica) Franziska rimane nella DDR e sceglie di seguire gli studi di architettura.
Franziska, diventata architetto crede fondamentalmente nei valori del socialismo. A differenza dei suoi genitori i quali, quando ancora era possibile farlo, sono fuggiti nella Germania Ovest non tollerando di rimanere e vivere
"...in uno stato [...] sordo alle obiezioni, dove i poeti famosi non sono in grado di scrivere una frase decente in tedesco, e i libri e i giornali, e soprattutto i giornali, sono decaduti ad un tale grado di russificazione e imbarbarimento della lingua da renderne pressocchè impossibile la lettura...[...] No, figlia mia [...] Non posso nascondere una certa simpatia per le idee di questo stato con i suoi grandi principi di fraternité ed umanità liberata, ma una cosa è proclamare dei valori ed un'altra è trasformarli in realtà. La propaganda invadente, uno statuto disciplinare grezzo, un'economia che fa acqua da tutte le parti, e il feroce disprezzo del singolo e di ogni manifestazione individuale, questo è stato il vostro contributo..." le dice il padre nel momento degli addii.
Berlino. Museo della DDR.
Camicia dei giovani della FDJ (Freie Deutsche Jugend)
Foto © Marco Salerno, agosto 2008
Franziska è piena di voglia di fare, di lavorare: vuol costruire un paese secondo quell'ideale che ha animato tutta quella generazione dei tedeschi dell'Est dal 1945 al 1953. Sogna di costruire
"case le cui pareti siano mosse da pensieri che pianificano sorti migliori per gli uomini". Considera l'architettura
"l’invenzione più preziosa della civilizzazione, che come mediatrice della cultura viene seconda solo alla lingua".
Ma la ragazza si rende presto conto che la sua visione dell'esistenza, allo stesso tempo collettiva ed individuale si scontra con ciò che i dirigenti del paese hanno deciso per il popolo. Arrivata a Neustadt, dove si sta costruendo una di questa nuove città socialiste, il suo lavoro e la sua permanenza nel centro di progettazione e sul cantiere diventano pesantissimi.
"Noi non abbiamo tempo per i giochetti. Abbiamo un unico obiettivo: costruire abitazioni per i nostri lavoratori, quante più possibile e nel modo più veloce ed economico possibile. Lo tenga sempre presente", dice il dirigente del cantiere Schafheutlin a Franziska. A Schafeuthlin si contrappone la figura di un altro architetto, Landauer -- predecessore di Schafheutlin -- che liquida questo modo di pensare con uno sprezzante:
"Ciò che vede qui, mia cara e giovane amica, è la dichiarazione di bancarotta dell'architettura. Le cose non vengono più costruite ma prodotte come una qualsiasi merce. Al posto dell'architetto c'è l'ingegnere...". .
Che ne è allora di quell'idea di Franziska di una architettura come "strumento di mediazione della comunicazione", al servizio delle esigenze dei singoli? Deve essere ridotta a mero strumento di omogeneizzazione e di collettivizzazione? Funzionalità e bellezza sono inconciliabili? Rispetto per la storia ed il passato oppure inevitabilità del sacrificio delle radici individuali e familiari?
In un primo tempo, anche l'entusiasta Franziska si ritrova a pensare, mentre compra dolcetti in una panetteria che sa che ben presto verrà rasa al suolo (assieme a tutte le altre costruzioni del vicolo) per far posto ad uno dei tanti palazzoni-alveari che lei stessa contribuisce a progettare:
" Poichè nessun ricordo la legava a quei vicoli, poteva abbandonarsi completamente alla soddisfazione degli architetti che fanno saltare in aria il ciarpame dei secoli passati, la meraviglia dei turisti, gli antri che l'età non nobilitava".
Nel libro della Riemann non c'è solo il quadro Germania dell'Est, del modo di concepire l'architettura, la problematica del rapporto tra individuo e collettività in un paese tagliato in due da quel Muro voluto unilateralmente dall'Unione Sovietica e che qui tutti si ostinano a chiamare ipocritamente "barriera di protezione antifascista".
Museo della DDR a Berlino.
Foto © Marco Salerno, agosto 2008
Parallelamente, questa lunga storia che Franziska racconta a posteriori è una lunga dichiarazione d'amore per Ben, l'uomo che lei non cessa di amare appassionatamente e che ha deciso di non rivedere più perchè... no, il perchè non lo dico, per non rivelare tutta la storia.
Brigitte Reimann era ben consapevole del fatto che non avrebbe visto pubblicato il libro a cui aveva dedicato così tanto tempo ed energie. E questo sia perchè sapeva che stava per morire ma anche perchè sapeva che, nel migliore dei casi, il libro sarebbe stato pesantemente censurato. Lo fu, infatti ma, contrariamente a quanto si prevedeva, le critiche furono rivolte non tanto alle considerazioni politiche che vi erano espresse quanto al modo in cui Franziska, la cui vita è molto simile a quella di Brigitte, parlava dell'amore, dell'amore fisico, del desiderio femminile.
Franzisla Linkerhand è un romanzo sull'impegno politico, la ricerca dell'assoluto, sulla sete di vivere e al tempo stesso un libro sulle illusioni perdute, sull'amore, la sessualità, sul ruolo delle donne nella società.
Le donne, di cui Brigitte-Franziska scrive:
"Tutto al mondo ha il suo prezzo:, anche la parità delle donne: gli uomini battono cassa. La donna è diventata collega, collaboratrice, concorrente, il suo diritto alla gentilezza e ad un affettuoso riguardo è stato cancellato. La donna non piace più se mostra debolezze e non piace neanche se diventa forte. O è troppo brava o non lo è abbastanza, ed averla come superiore è semplicemente una iattura. Il successo le viene perdonato solo se è necessario, ma se è giovane e carina puoi scommettere che che otto uomini su dieci diranno che deve il suo successo alle relazioni avute, che ha saputo, pardon, con chi andare a letto" (p.286)
Costruito come un
lunghissimo monologo che utilizza la
tecnica del "flusso di coscienza" ma in cui
si passa continuamente dalla prima alla terza persona,
Franziska Linkerhand è un libro, a mio parere, che se pur per molti versi è affascinante e sicuramente da leggere può però risultare anche abbastanza pesante, questo voglio dirlo.
Un monologo che dura ininterrottamente per più di cinquecento pagine, il continuo altalenare dalla prima alla terza persona, l'uso spesso eccessivo (e fastidioso) dei puntini di sospensione, il fatto che la morte prematura dell'autrice non ha evidentemente consentito una robusta revisione del testo e magari una bella sforbiciata di molte ridondanze e ripetizioni superflue può decisamente scoraggiare un lettore che non sia fermamente deciso ad arrivare sino in fondo. Ci sono parti del libro stupende, ma anche molti momenti di stanca, in cui la tentazione di esclamare "vabbè, ho capito, ma ora non ne posso più" arriva inesorabilmente.
E' un libro che sono molto contenta di avere letto, soprattutto dopo essere stata a Berlino ed avere visto i palazzoni della ex Berlino Est (allucinanti) e tutto quello che rimane del Muro, e di come ancora oggi il Muro viene vissuto nel presente e nel ricordo; ho visitato il Museo della DDR che è veramente notevole e dunque ho letto con vorace interesse tutta la parte di
Franziska Linkerhand che si riferisce alla vita nella ex DDR. Però non sono sicurissima che sia uno di quei libri che mi verrà voglia di rileggere.
Non molto presto, almeno.
Brigitte Reimann
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