Róbert HÁSZ, La Fortezza, (tit. orig. Végvár), traduz. dall'ungherese di Andrea Rényi, pag.325, Nottetempo, ISBN 9788874521456
Sono sempre più convinta che la letteratura ungherese nasconda tesori a noi ancora sconosciuti. E' una letteratura che, per vari motivi -- politici e difficoltà di una lingua pochissimo conosciuta al di fuori dei confini -- conosciamo poco, conosciamo male. Certo, c'è
Imre Kertész, rivelato al grande pubblico dall'assegnazione del Nobel 2002. Il Nobel serve anche a questo: a fare conoscere autori validi anche se non popolarissimi. Se i Nobel dovessero venire assegnati utilizzando prevalentemente il criterio della popolarità, dubito che Kertész l'avrebbe ottenuto.
Negli ultimi anni, in Italia grazie ad Adelphi molti di noi hanno potuto conoscere ed amare
Sándor Márai e grazie ad Einaudi ed alla piccola e benemerita casa editrice Anfora abbiamo scoperto alcuni splendidi romanzi di
Magda Szabó. Einaudi ha pubblicato anche quel
Il libro dei padri di
Miklós Vámos di cui tempo fa avevo parlato
>>qui.
Feltrinelli ha in catalogo alcuni libri di
Péter Esterházy.
Ma gli altri? Il secondo volume degli scritti autobiografici di Márai
Terra!...Terra! è pieno zeppo di citazioni e di nomi di scrittori ungheresi che si capisce essere importanti ma che da noi sono completamente sconosciuti. Che io sappia, di loro in italiano non esiste nulla e quello che esiste non è facilmente reperibile.
Per tutti questi motivi sono molto contenta di avere scoperto, qualche mese fa,
il blog di Andrea Rényi su letteratura ed arte ungherese.
E' stato attraverso il suo blog che ho avuto notizia di questo romanzo di
Róbert Hász recentemente pubblicato in italiano e (ottimamente) tradotto dalla stessa Andrea (che è una donna).
Da quello che sono riuscita a raccogliere su questo autore ho appreso che Hász è nato nel 1964 nella comunità magiara della Voivodina, ai confini con la ex Jugoslavia, che ha vissuto sotto il regime del Maresciallo Tito, e che poi allo scoppio della guerra serbo-croata si è rifugiato in Ungheria.
La fortezza, il suo penultimo romanzo (l'ultimo è già stato pubblicato in Francia -- ma va?!?? maddavero?!) contiene allusioni chiarissime a questo tremendo conflitto, anche se Hász inserisce la storia in un contesto caratterizzato dall'irrealtà e dalla stravaganza.
In un paese ed in un tempo indeterminato il tenente Livius viene trasferito, a sole due settimane dalla data prevista per il suo congedo definitivo dall'esercito, in una remota fortezza su una montagna. Giunto sul posto viene informato del fatto che
"in considerazione dell'importanza militare del distretto [...] e in virtù del paragrafo di legge relativo all'obbligo del servizio militare, il suo stato di servizio viene prorogato fino a data da stabilirsi".
In questa fortezza che si rivela subito come una sorta di kafkiana
no man's land circondata da abissi e montagne tenebrose niente succede come ci si aspetterebbe, a cominciare dal modo di funzionare del regolamento militare. La fortezza è un vero e proprio mondo a parte, assurdo e paranoide, in cui gli uomini che la popolano sono aggrappati al loro passato ed alle loro certezze. Non sanno nulla della loro situazione se non che devono obbedire a un Ordine enigmatico. Quanto ai nemici, che dovrebbero trovarsi nella foresta oltre il torrente, nessuno ne ha mai visto uno...
Livius aspetta. Tra i suoi compagni ce ne sono alcuni simpatici, altri un po' meno. Nell'arco di poche ore si rende conto di star perdendo completamente la nozione del tempo. Non capisce nulla di quello che sta succedendo realmente e del perchè. Ha paura. Non ha più alcun punto di riferimento. Lui ed i suoi compagni sono regolarmente e violentemente assaliti da ricordi così potenti da far perdere loro completamente il senso di realta, piombano in un uno stato di sonno ad occhi aperti che abolisce le barriere del tempo e dello spazio. Chi li manipola? Chi o cosa provoca tutto questo? Ognuno si dà una spiegazione che risponde alle proprie credenze, alla propria filosofia di vita: per alcuni è Dio in persona, per altri gli extraterrestri oppure... il famoso Nemico il quale, benchè sempre invisibile, magari dispone, però, di un gas allucinogeno!
Gli uomini non possono accettare il non-senso, hanno un disperato bisogno di razionalizzare, cercano una spiegazione qualsiasi che, anche se non del tutto convincente, consenta loro di non sprofondare nella follia. Anche le spiegazioni più strampalate aiutano comunque ad accettare l'assurdità della situazione.
Dove siamo? Alcuni indizi che Hász dissemina qua e là nel testo ci fanno capire che ci troviamo nei Balcani dopo la morte di Tito: vi sono accenni allo sbarco degli astronauti sulla Luna, i protagonisti vestono in jeans e maglioni, si cucina il pollo alla paprika, si parla di un Maresciallo....
Ma se la realtà storica viene accennata, lo è solo per diventare metafora di una condizione umana più universale che va oltre i confini di quel tempo e di quello spazio. Ci rendiamo presto conto che non è poi così importante individuare il paese di riferimento e l'epoca dello svolgimento dei fatti.
Importante è invece il dato che questo paese ha l'accesso al mare: la sua presenza nel romanzo e la possibilità o meno di arrivarvi e poter salire su una nave acquistano una valenza simbolica molto forte.
Al termine del romanzo Hász fornisce una spiegazione (che io ovviamente non rivelo) del mistero. Ma è una spiegazione che, se risponde a molte domande, apre anche altri interrogativi.
La fortezza è un romanzo bello, molto bene orchestrato in un fantastico che mescola realtà ed allucinazioni. Il presente delle giornate di Livius dentro la fortezza e il passato costituito dai ricordi della sua vita precedente al servizio militare formano due piani narrativi paralleli ed entrambi funzionali allo sviluppo della storia narrata anche se io, personalmente, ho apprezzato maggiormente il primo (il presente nella fortezza).
Tempo, spazio, memoria sono, secondo me, i tre temi principali del romanzo. La cosa, ad esempio, che più spiazza Livius sin dalle prime ore nella fortezza è il fatto che qui il suo tempo non è organizzato: fino ad allora, durante il servizio militare
"non aveva mai avuto un minuto libero. Viveva secondo orari precisi fin dall'inizio del servizio militare, non doveva trovarsi un'occupazione, perchè a questo ci pensava l'esercito. Prima lo infastidiva il fatto che fossero gli altri a disporre del suo tempo, ora però riconobbe la comodità di questo sistema". Perchè --- ed è questa la cosa che più atterrisce Livius e i suoi compagni
"tutti i segnali indicano che per noi, qui, in cima alla montagna, si è fermato il tempo".
La fortezza ha vinto il
Pre.mio Biblioteche di Roma nella sezione internazionale. I particolari
>>qui.
Per un lettore italiano, il primo impatto con
La fortezza di Hász non può non provocare un effetto, in qualche modo, di
deja lu. Perchè gli viene in mente subito
Il deserto dei Tartari, il romanzo di
Dino Buzzati del 1940. Il tema, l'ambientazione, l'atmosfera sembrano se non uguali, certamente simili. Non ci sarebbe d'altra parte niente di strano, se Hász si fosse ispirato a Buzzati. Lo scrittore sudafricano
Coetzee, premio Nobel 2003, pare abbia utilizzato la trama del
Deserto dei Tartari per uno dei suoi romanzi più importanti,
Aspettando i barbari, del 1980. Perciò perchè stupirsi se vi si fosse ispirato anche Hász ?
Io non so, in realtà, se Hász conoscesse il romanzo di Buzzati. So però che basta poco per capire che tra i due libri ci sono analogie apparenti ma non sostanziali.
Personalmente, più che al tenente Drogo, il tenente Livius mi ha fatto pensare al manniano Hans Castorp il quale, recatosi al sanatorio di Davos per trovare il cugino malato in una visita che non dovrebbe durare più di qualche giorno si ritrova preso nell'atmosfera della "montagna dell'incanto". Tanto da rimanerci fino a che la guerra, il nemico esterno non lo costringeranno a ridiscendere a valle.
Una mia associazione mentale non so quanto fondata. Che però mi ha accompagnata durante tutta la lettura.
Róbert Hász
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